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Tibetan Refugee Self-Help Handicrafts (Trshh)


La questione tibetana
Il Tibet è stato invaso e occupato dalla Repubblica Popolare Cinese tra il 1949 e il 1950. Il Dalai Lama, massima autorità religiosa e politica del Tibet, profondamente legato agli ideali della nonviolenza (ahimsa), ha cercato per oltre otto anni di trovare una soluzione pacifica con le autorità cinesi.
Nel marzo del 1959, il diffuso sentimento anti-cinese che animava la quasi totalità del popolo tibetano culminò nell’insurrezione di Lhasa. Le truppe dell’esercito popolare di liberazione soffocarono nel sangue la rivolta uccidendo, secondo le stesse fonti ufficiali cinesi, oltre 86.000 persone solo nel Tibet centrale. Il Dalai Lama e oltre centomila profughi si rifugiarono in India e negli Stati himalayani confinanti con il Tibet (Nepal, Bhutan, Sikkim e Ladak).
Per il Tibet cominciavano gli anni tragici dell’omologazione e di un vero e proprio genocidio culturale che fece calare sull’intera nazione le tenebre di un’oscura notte fatta di arresti indiscriminati, distruzioni, omicidi e terrore. Una insensata violenza tentò con ogni mezzo di annientare la presenza e addirittura il ricordo dell’antica nobile cultura tibetana: migliaia di templi e monasteri distrutti (oltre il 95% dell’intero patrimonio artistico), migliaia di morti nei campi di lavoro forzato, decine di migliaia di arresti per reati di opinione.
Ma quanto veniva sistematicamente distrutto e perseguitato in patria era caparbiamente ricostruito, tra intuibili difficoltà di ogni genere, nel mondo dell’esilio. Con una determinazione che trae alimento dall’incredibile fede religiosa che anima l’intero popolo tibetano, i rifugiati sono riusciti in questi ultimi trent’anni in un’impresa che pochi ritenevano possibile. Hanno compiuto il miracolo di mantenere in vita il filo sottile che lega un mondo alle sue radici, alla sua memoria, e gli permette così di continuare a vivere e a progredire.
Pur nelle drammatiche condizioni dell’esilio, il Dalai Lama è riuscito a costruire un Governo Tibetano libero: il Governo Tibetano in esilio - con a capo il Dalai Lama e con sede a Dharamsala, un piccolo villaggio situato nell’Himachal Pradesh, India settentrionale - è l’unica autorità riconosciuta da oltre centomila profughi e dalla maggioranza dei tibetani rimasti nel Tibet occupato. Il governo del Dalai Lama coordina le attività dei numerosi insediamenti dei rifugiati, lavora per la preservazione e lo sviluppo della cultura tibetana tradizionale, sia laica che religiosa, e da trent’anni continua a portare avanti una lotta nonviolenta per l’indipendenza del Tibet.

I rifugiati
Dei circa centomila tibetani costretti all’esilio, la comunità più consistente vive oggi in India, divisa in 55 stanziamenti, la maggior parte dei quali nel nord del paese. Altri quindicimila rifugiati vivono in Nepal, cinquemila in Buthan, circa tremila in Europa, mille negli Stati Uniti. Tra gli stanziamenti tibetani in India, alcuni (quelli del sud specialmente) possiedono un po’ di terra e possono considerarsi ad economia agricola. Altri si basano su attività agricole e manifatturiere, altri ancora dipendono esclusivamente dall’artigianato. Non si tratta, in generale, di campi profughi così come potremmo immaginare, ma di veri e propri villaggi nei quali i tibetani conducono un’esistenza dignitosa, che è volta a conservare i tratti salienti della loro cultura. Le abitazioni di solito sono a un solo piano, si compongono di un paio di stanze per ogni famiglia e sono collocate in strutture a schiera. Ogni campo ha i servizi di pubblica utilità più importanti (ambulatorio, uffici amministrativi, luoghi di culto). L’alloggio e l’assistenza sono gratuiti, come pure acqua ed elettricità; ogni abitante deve procurare il vitto per sé e per la sua famiglia. L’amministrazione è gestita da un responsabile del governo di Dharamsala che risiede nel villaggio stesso.
Durante la stagione invernale molti rifugiati lasciano le loro case per andare a vendere i loro manufatti nei bazar indiani: un modo per guadagnare qualcosa in più e per conoscere l’India. In India essi infatti, grazie ad una politica tollerante, possono beneficiare di una certa libertà: possono spostarsi, commerciare al di fuori del loro insediamento, possedere terra. Eppure quasi nessun tibetano richiede la cittadinanza indiana, sia per mantenere la propria identità sociale che per sottolineare la propria condizione di rifugiato politico. Il solo documento in suo possesso è un certificato che attesta la sua presenza nel paese ospitante.

L’artigianato in esilio
In quasi in tutti gli stanziamenti, quindi, si pratica l’artigianato: la produzione principale è di tappeti, manifattura di una certa importanza commerciale e di antichissima tradizione. La produzione artigianale è stata fin dall’inizio una delle strategie individuate dal governo in esilio per creare opportunità di reddito.
Nel tempo i tappeti, manufatti tradizionali, sono stati affiancati da oggetti più moderni e di costo più contenuto, orientati al gusto e alle abitudini occidentali (zainetti, portafogli, borsellini, marsupi, borse, berretti..).

Il Tibetan Refugee Self-Help Handicrafts (Trshh), creato nel 1981, con sede a Delhi, è il principale coordinamento di produzione artigianale del governo tibetano in esilio, e dipende dal Council for Home Affairs. Trshh lavora con nove comunità di rifugiati tibetani nel Nord dell’India, due in India orientale, due nell’India centrale e sette nel Sud dell’India. In tutto coinvolge in modo diretto circa 1.250 persone, il che significa che le persone beneficiate (i familiari dei lavoratori) sono circa 5.000. Trshh inoltre assicura di non utilizzare bambini, ma solo adulti, in nessuna comunità e per nessuna fase della lavorazione. Negli stanziamenti il lavoro è organizzato su modelli cooperativi, con un responsabile locale. Gli utili sono affidati al Council for Home Affairs di Dharamsala, che provvede ad investirli per le molteplici necessità degli stanziamenti presenti su tutto il territorio indiano.
 
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