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KENIA - MERU HERBS

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Meru Herbs - Kenya

Hibiscus, una pianta dalle mille risorse
Il karkadè (Hibiscus) è una pianta che cresce in varie zone del continente africano e dai suoi fiori si possono ricavare bevande e marmellate; attualmente la Ctm importa dal progetto di irrigazione Ng’uuru Gakirwe fiori di karkadè essiccati e confezionati, che, preparati in infuso, producono una gustosa bevanda dal caratteristico colore rosso, che può essere consumata sia calda che fredda.
Il karkadè è una pianta che ha bisogno di poca acqua e poche cure: poco soggetto a malattie e parassiti, può quindi venire coltivato senza l’impiego di fitofarmaci; ciò consente da una parte un notevole risparmio sui costi di produzione, e dall’altra fornisce al prodotto un notevole valore aggiunto, dato appunto dall’assenza di prodotti dannosi per la salute del produttore e per quella del consumatore. A questo proposito sono state avviate dal Kenya le procedure per il riconoscimento della biologicità del karkadè.
Un altro prodotto dell’area del progetto importato da Ctm è la camomilla e infine si sono aggiunte le marmellate di mango, papaya e karkadè.

I contadini si organizzano
Il progetto di irrigazione Ng’uuru Gakirwe trae origine da una richiesta formulata da un gruppo di piccoli agricoltori della zona omonima, ai piedi del monte Kenya, che già dal 1982 avevano costituito un’associazione (Ng’uuru Gakirwe Water Committee) che si poneva come finalità quella di portare l’acqua in ogni casa e in ogni azienda del comprensorio. Il “comitato per l’acqua”, incoraggiato dai risultati positivi di un vicino progetto di irrigazione, ha subito riscosso un grande successo nella comunità, diventando negli anni uno degli elementi principali della sua crescita sociale. Nel 1986 intervenne un’Organizzazione non governativa italiana, l’Aes di Padova, dando inizio alla prima fase dei lavori che entro il 1990 avrebbero reso irrigue le prime 134 aziende della zona. In questa fase il finanziamento arrivò dal Fondo Aiuti Italiani (Fai) che, come molti ricorderanno, fu uno stanziamento straordinario di 1900 miliardi per la cooperazione internazionale approvato con una legge del 1985 dopo una lunga campagna di opinione organizzata soprattutto dal Partito Radicale: il Fai è passato alle cronache soprattutto per le modalità di impiego (a pioggia e poco trasparenti) dei fondi messi a disposizione ma, come vedremo con il progetto Ng’uuru Gakirwe, ci sono meritevoli eccezioni.
A questa prima parte del progetto, denominata “Fase I”, ha fatto seguito un programma di educazione e formazione all’uso dell’acqua, finanziato questa volta dalla Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri italiano e condotto sempre dall’Aes in collaborazione con la controparte locale, la Diocesi di Meru. Ulteriori lavori, necessari per rendere irrigue altre 170 aziende circa in un’area limitrofa alla prima, si concluderanno nel ’96. Nel 1994 si sono invece conclusi i lavori di ampliamento degli edifici e dell’area di essiccatura.
L’area del progetto, circa 150 chilometri quadrati, è situata nella provincia Orientale, nel distretto Tharaka-Nithi: in questa zona in realtà il suolo è piuttosto fertile, ma la scarsità e l’irregolarità delle piogge ha da sempre reso la vita difficile ai contadini locali. L’impianto irriguo realizzato risponde a due ordini di esigenze: da una parte, limitare gli effetti delle periodiche siccità sulla popolazione (acqua per uso domestico) e, dall’altra, permettere la coltivazione di piante che hanno bisogno di molta acqua. Ciò rappresenta una parte importante dell’economia agricola locale, dato che quasi tutte le famiglie utilizzano le parcelle irrigue per la produzione di melanzane, zucchine, okro
(una qualità di verdura locale) per l’esportazione: il prodotto viene normalmente acquistato sul campo e pagato in contanti da intermediari locali, che lo avviano all’aeroporto nella stessa giornata. La coltivazione del karkadè rappresenta dunque un complemento a questa economia attraverso la vendita alle organizzazioni del commercio equo e con l’aiuto indiretto fornito alla gestione dell’impianto di irrigazione. Dato infatti che il finanziamento del progetto non riesce a coprire tutti i costi, parte del ricavato della vendita del karkadè viene utilizzato per finanziare i costi di gestione dell’impianto irriguo, che a sua volta costituisce lo strumento principale di produzione degli ortaggi da esportazione.

I contadini decidono in maniera autonoma quali produzioni effettuare sul proprio appezzamento, e dunque non tutti coltivano il karkadè: alcuni ad esempio associano diverse colture (fra cui anche il karkadè) per proteggersi dagli effetti negativi di un eventuale improvviso calo di prezzo sul mercato di alcune di esse. La coltivazione del karkadè fa parte delle normali attività agricole delle famiglie e dunque non costituisce né un’attività esclusiva dei produttori, né rimane separata dal contesto più generale delle loro attività economiche. I coltivatori trasportano in genere essi stessi il raccolto ad un centro edificato dal progetto, che comprende uffici, officine per la manutenzione degli impianti di irrigazione, locali per la trasformazione e lo stoccaggio del karkadè. Qui i fiori vengono messi a seccare al sole su reti metalliche; una volta completato il processo di essiccamento (che dura alcuni giorni) i petali vengono separati a mano dal resto del fiore, confezionati prima in sacchetti di plastica saldati ad un’estremità e poi in sacchetti di carta: una volta inscatolati in grandi cartoni, i sacchetti di karkadè sono pronti per la spedizione.
Nel 1994 la Ctm ha richiesto ed ottenuto, per il progetto Ng’uuru Gakirwe, un finanziamento dalla Provincia di Bolzano che è servito per l’acquisto di una macchina confezionatrice per il karkadè e la camomilla, in grado di produrre 9.600 bustine al giorno. Tutte queste fasi della lavorazione vengono effettuate nello stabilimento del progetto da studentesse assunte temporaneamente a questo scopo, e tutti i materiali di confezionamento sono di produzione locale. La capacità produttiva è aumentata gradualmente di anno in anno, assicurando così un incremento quantitativo e una maggiore continuità nella produzione che è già stata apprezzata da potenziali clienti, come le altre organizzazioni del commercio equo in Europa.

La “Fase II” del progetto si è conclusa nel 1994 ed ha permesso di portare l’acqua ad altre 60 famiglie (il numero di famiglie raggiunte avrebbe dovuto essere quasi doppio, ma diversi problemi hanno di fatto reso la cosa impossibile). Con la “Fase III”, conclusasi alla fine del 1998, tutte le 430 famiglie coinvolte nel progetto hanno finalmente l’accesso all’acqua. E trattandosi in generale di famiglie piuttosto numerose, composte da una media di dieci persone, si può stimare che i beneficiari del progetto siano oltre quattromila.

Le marmellate

L'ultimo passo in ordine di tempo compiuto dal progetto è la produzione di marmellate: di papaya, di mango e soprattutto di karkadè, prodotto decisamente originale e per di più ottimo. Iniziata nel 1995, la vendita delle marmellate costituiva già alla fine del 1997 la metà delle vendite complessive di Meru Herbs. La frutta viene acquistata in loco, dai contadini che coltivano le zone circostanti, e viene poi lavorata nello stabilimento di Meru. Per migliorare la produzione e garantire maggiore sicurezza dal punto di vista igienico, la Ctm ha ottenuto dalla Provincia di Bolzano un finanziamento di circa 50 milioni di lire per l'acquisto dei macchinari necessari: la costruzione di un apposito edificio è stata completata all’inizio del 1999.
Sembra proprio che la gente di Tharaka stia mettendo un fortissimo impegno per far sì che questa zona arida diventi presto una delle zone più produttive di tutto il Kenya. A noi il compito di valorizzare il loro lavoro promuovendo al meglio queste nuove, tra l'altro buonissime, marmellate!
 
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