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PALESTINA - WOMEN WORK PROJECT

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Donne di Palestina

Il progetto è nato dalla collaborazione con le Donne in Nero di Como e qui ne riportiamo la storia.


Nel settembre 2004 mi sono temporaneamente trasferita a Betlemme per lavorare nel Conservatorio palestinese Edward Said. Seguendo alcuni amici impegnati nei corsi di violino all’interno dei campi profughi ho incontrato Manar, una giovane donna vivace e intelligente, laureata in arabo presso l’Università di Betlemme, capace di raccontare le vicende quotidiane delle famiglie che vivono all’interno di un campo con grande ironia. Ricordo la prima cena insieme per le risate con cui accompagnava cronache per me agghiaccianti: i soldati israeliani, appostati da giorni sui tetti delle case, che una notte occupano la cucina per rifornirsi di cibo; i giovani internazionali del presidio pacifista all’interno del campo in cerca di conforto e sostegno perché terrorizzati dagli spari dei soldati israeliani; il fratellino piccolo, rimasto lontano dalla madre per due giorni, trovandosi a casa del nonno durante un’incursione dell’esercito.
Nei racconti di Manar compare con orgoglio anche la costituzione di un gruppo di donne impegnate a realizzare prodotti di artigianato, gruppo a cui danno il nome di Women Work Project. Per cercare col loro lavoro di resistere all'isolamento e alla disoccupazione le donne hanno deciso di dedicarsi al tradizionale ricamo palestinese. Sono bravissime ad accostare i colori e a creare geometrie simboliche: il fiore di Betlemme, la luna, il ramo di ulivo. Ogni accostamento di figure e colori richiama una particolare zona della Palestina: in una terra così piccola trovano infatti spazio precise differenze di gusto tra le tradizioni dei diversi villaggi. Dal luglio 2001, dopo l’invasione del campo da parte dell’esercito israeliano, molte famiglie sono rimaste senza reddito perché tanti uomini hanno perso il lavoro; il muro ha poi bloccato completamente le possibilità di mantenere un impiego in territorio israeliano. E’ un’organizzazione non governativa giapponese, il JVC (Japan Volunteer Center), a dare il primo incoraggiamento al progetto del WWP, acquistando prodotti per vendite dirette presso amici e conoscenti. E Manar si convince che riuscirà ad incrementare gli scambi, grazie soprattutto alle organizzazioni che collaborano col centro culturale Handala.
Handala è uno spazio in cui cercare di resistere al degrado sociale, un luogo dove bambini e bambine si incontrano con volontari per leggere, fare una partita a scacchi, suonare, giocare, un punto d’incontro per i giovani. Il nome del centro deriva dal personaggio di un fumetto, divenuto simbolo dei profughi palestinesi, che viene disegnato di spalle mentre osserva la realtà, guardando in lontananza la Palestina da cui è stato scacciato da bambino. Come ha affermato il disegnatore, Naji El Ali, il volto del bambino verrà mostrato solo quando la dignità araba non sarà più minacciata e lui potrà ritornare sulla sua terra natale. Non sarà lo stesso Naji però a mostrarcelo perché, nel frattempo, è stato assassinato a Londra nel 1987 dal Mossad.
Handala si trova all’interno del Al Azzeh Refugee Camp, il più piccolo e meno assistito dei tre campi profughi di Betlemme, dove sono raccolte circa 1.700 persone provenienti per la maggior parte dal villaggio Beit Jebrin, ora territorio israeliano. Gli abitanti del campo Al Azzeh hanno lo status di “rifugiati” da ben cinquantotto anni e tentano di mantenere accesa l’impossibile speranza di tornare un giorno nelle case dei loro nonni. Intanto vivono con grande dignità in condizioni assai precarie, senza acqua calda in casa, con le cisterne sui tetti spesso perforate dalle pallottole israeliane. Manar appartiene a una famiglia musulmana, come quasi tutti nel campo, e con fermezza ha deciso di non portare il velo. Insegna nelle scuole che le affidano incarichi. Lo scorso anno ha prestato servizio anche nella scuola dei francescani “Terra Santa”.
Contagiata dall’energia di Manar ho subito coinvolto le amiche del gruppo di cui faccio parte: le Donne in nero di Como. L’impegno nell’abitare i luoghi difficili attraverso relazioni dirette ha portato il gruppo Din di Como a decidere di accompagnare le donne del WWP nel loro percorso di libertà-liberazione. Ai primi di gennaio 2005 risale il primo incontro tra le Din di Como e Fabio Cattaneo della cooperativa Equo Mercato di Cantù per ipotizzare un progetto di ingresso nel mercato equo. Il fatto che la Palestina sia territorio sotto occupazione complica le cose (da Betlemme nessun palestinese sopra i quindici anni può recarsi a Gerusalemme, che dista sei chilometri, senza permessi speciali concessi discrezionalmente). Poiché il WWP non è in grado di produrre i documenti fiscali necessari, comincia la ricerca di una cooperativa locale in grado di supportare il WWP per l’esportazione dei prodotti.
Intanto prende forma l’idea di invitare Manar e Suad, la desiner del gruppo, autorevole per competenza professionale e perché madre di famiglia numerosa. A sostenere e ospitare le due amiche palestinesi collaborano diversi gruppi: il centro ecumenico valdese di Agape (Prali, Torino) che le invita a intervenire nel campo donne estivo sul tema della precarietà, le Donne in nero, i DS (che dedicano alla Palestina una serata della Festa provinciale dell’Unità), il gruppo della bottega Azalai di Cernobbio (che organizza incontri di accoglienza e promuove l’acquisto dei prodotti), la rete Eco (ebrei contro l’occupazione) di Torino.
Le due settimane italiane insieme a Manar e Suad sono ricche di incontri, di stupore, di progetti.
Dopo l’estate riprendiamo i fili degli intrecci creati: un nuovo incontro tra Paola e Fabio di Equo Mercato e le Donne in nero di Como definisce il primo ordine al WWP.
Ci sono ancora questioni organizzative da risolvere, ma i ricami sono arrivati. Handala, il ragazzino dai capelli pungenti, verrà a spasso con noi, sulle nostre magliette, fuori dagli angusti confini del vergognoso muro che circonda i piccoli fazzoletti di terra palestinese.

Adriana Mascoli

 
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