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BOLIVIA - KHOCHALITA

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LA KHOCHALITA – BOLIVIA


Quasi tutto il paese che “conta” passa per Cochabamba, una delle tre principali città della Bolivia (le altre sono la capitale politica, La Paz e la capitale economica, Santa Cruz de la Sierra): dalle strade transitabili agli affari, dal turismo al commercio, anche quello equo e solidale.

La Khochalita, un’associazione civile senza fini di lucro, ha scelto un nome tipicamente cochabambino, che significa il popolo della pianura pantanosa, dalle parole quechua khocha e pampa. E’ nata nel ’78, come tentativo di risposta organizzata al problema drammatico della povertà, in un contesto dove miseria, disperazione, fame, paura, sfiducia, corruzione, ingiustizia, ignoranza sono costanti della vita quotidiana. La Khochalita si è posta l’obiettivo di attenuare queste difficoltà attraverso il consolidamento di un’attività produttiva multi-settoriale e la formazione dei suoi membri, fattori che contribuiscono a creare delle alternative economiche concrete, utili anche a uscire dal circolo vizioso legato alla coltivazione e trasformazione della coca. La Khochalita non è l’unica esperienza di base presente nella regione, ma è certamente la più strutturata. Più di 800 famiglie, organizzate in 32 centri di produzione: 28 nel settore dei tessuti di lana e alpaca (e, più recentemente, nel confezionamento di jeans, come sarà presto visibile nelle Botteghe del Mondo, dove faranno capolino i jeans a marchio Ctm...), gli altri 4 nella produzione/trasformazione della banana essiccata e della canna da zucchero, del vetro e della carta riciclata. Il coordinamento è effettuato da un comitato composto da sette membri, eletti democraticamente dai soci, i quali sono rappresentati anche nel Consiglio dei vari centri di produzione. Il lavoro è svolto prevalentemente in casa, con la supervisione di tecnici specializzati. L’ufficio centrale di Cochabamba ha la delega operativa del coordinamento, per amministrare al meglio l’attività: organizza e ripartisce gli ordini a seconda delle richieste e della specializzazione, cura il controllo di qualità e la spedizione all’estero, fornisce la materia prima necessaria per la produzione mediante acquisti comunitari che riducono i costi, stabilisce la data per la consegna del prodotto finito.
“Hay que trabajar con la cabeza y el corazon”, dice Don Demétrio Zurita, il gerente e animatore principale, un cochabambino di mezza età, che nella Khochalita ha investito un corazon grande come quello del buon papà e una cabeza degna di un manager smaliziato, attento alla cura di tutti i dettagli, dalle transazioni economiche alle pubbliche relazioni con gli operatori commerciali, soprattutto con noi gringos equi e solidali. “Very professional”, non c’è che dire!

Servizi sociali ad “alta velocità”
Dove La Khochalita dimostra maggiormente la sua vocazione solidale è nel settore dei servizi a favore dei soci. Il principale è l’assistenza sanitaria, nel consultorio situato nell’ufficio centrale dove si alternano 14 specialisti di differenti aree, per curare a costi poco più che simbolici gli artigiani e le loro famiglie (circa un dollaro e mezzo, detratto dal pagamento dei prodotti). Viene curata anche la prevenzione, formando le persone - soprattutto donne - alla conoscenza delle principali malattie e all’educazione sessuale, di coppia, alla cura dei bambini, alla vaccinazione, con l’ausilio di opuscoli, video popolari, audiovisivi. La cura dei denti è affidata a dentisti che trattano i pazienti con interventi pubblicizzati con uno slogan che è tutto un programma, ad alta velocidad (e chi scrive ne è testimone diretto, perchè in una seduta resasi necessaria per un dolore diventato insostenibile, ho dovuto fuggire, perché la scrupolosa dentista voleva estrarmi immediatamente un canino ad alta velocidad...). Gli altri servizi offerti ai soci sono l’assistenza giuridica gratuita, convenzioni con fornitori e negozi di Cochabamba per ottenere sconti per gli acquisti dei prodotti di base (cibo, vestiti, materiale per la scuola), accordi con le banche per praticare credito agevolato a favore dei produttori, corsi di formazione alla commercializzazione, ricerca di canali per aprire nuovi mercati di vendita, assistenza tecnica e formazione per migliorare la qualità dei prodotti ed il controllo finale, appoggio ai contadini, mediante consulenze, fornitura di macchinari e consegna di piante da frutta.
L’80% degli artigiani sono donne, spesso vedove o comunque abbandonate, sempre con molti figli a carico. Gli artigiani sono ben pagati, almeno quando il lavoro e gli ordini sono costanti, arrivando a guadagnare mediamente 160 dollari mensili, contro i 60 del salario minimo boliviano. Don Demétrio tiene a sottolineare che si riconosce regolarmente ai produttori anche l’aguinaldo, una specie di tredicesima che irrobustisce il Natale cochabambino. Il fatturato della Khochalita nell’ultimo anno ha superato i 200.000 dollari, quasi totalmente derivanti dagli acquisti delle centrali europee del commercio equo, anche perché sul mercato interno l’artigianato e a volte addirittura gli alimenti tipici della cultura locale sono poco valorizzati (la quinua, ad esempio, il cereale che da anni arricchisce gli scaffali delle Botteghe, è definito sul posto “il mangime dei poveri”).

Mineros recuperados
Per comprendere l’importanza sociale di queste opportunità lavorative e dei servizi offerti dalla Khochalita è necessario conoscere meglio la Bolivia, un paese povero, storicamente uno dei più sfruttati dell’America Latina. Le guerre pre- e post-coloniali - regolarmente perse - le hanno tolto porzioni significative di territorio e, quel che è peggio, lo sbocco sul mare, penalizzando un’economia già emarginata da un territorio molto aspro, con passi andini a 5.000 metri e strade mozzafiato, spesso intransitabili, pericolosissime, prive di ogni protezione, con strapiombi di centinaia di metri dove quotidianamente avvengono incidenti. Gli scandali, i successivi golpe militari (quasi cento nell’ultimo secolo), l’inflazione, prima a sette zeri e oggi debellata a prezzo di un’altissima recessione sociale, come impongono le ricette neo-liberiste del FMI, rendono la Bolivia un paese sin vez, senza opportunità. Le possibilità di ottenere un’occupazione stabile sono scarse e più di metà della popolazione vive della cosiddetta economia informale, fatta di precarietà, spesso di piccoli commerci ambulanti. Anche per queste ragioni la produzione ed il traffico della coca ha trovato “terreno” fertile, soprattutto nella regione del Chapare, non distante dalle zone dove vivono i soci della Khochalita, in quanto costituisce una risposta immediata a una domanda di lavoro, di vita dignitosa che non riesce ad essere soddisfatta da attività meno rischiose.
La vita sugli altipiani andini è durissima: ci vivono i kolla, i contadini e gli indigeni, che faticano sempre di più a resistere e tendono ad emigrare verso le periferie delle città principali, nelle quali non trovano lavoro né tantomeno un ambiente, una cultura disponibile all’integrazione (in particolare nella regione di Santa Cruz si verifica il maggiore shock culturale, per la predominanza dei camba, gli abitanti dell’oriente boliviano, molto nazionalisti, che male accolgono i nuovi arrivati). Nelle zone minerarie, come a Kami - un altro progetto vicino al commercio equo - la situazione, se possibile, è ancora più difficile: la vita media degli uomini è di 35 anni, falcidiata dalla silicosi, dalla tubercolosi, dal quotidiano freddo polare, dalla fame e dalle camminate di settimane su e giù per le montagne, magari per vendere una chompa (maglione) al mercato. “Per me questa gente appartiene al genere umano, come noi, ma non è uguale agli altri uomini, - confessa Serafino, un missionario... Kamikaze - la capacità di sopportazione fisica e psicologica dei kolla, il modo di vivere sempre uguale da mille anni li rende “animali” di un’altra categoria, irraggiungibile per i comuni mortali”.
Per le donne e gli uomini della regione di Cochabamba l’opportunità offerta da strutture come La Khochalita è preziosissima, in quanto consente loro di costruire delle basi economiche e anche psicologiche dignitose, come nel caso dei “minatori recuperati”, adulti distrutti dal lavoro in miniera, che utilizzando al meglio le poche energie fisiche rimaste si trasformano in artigiani. E’ questo il caso di Supercristal, l’impresa familiare di produzione di vetro riciclato, socia della Khochalita e fornitrice del vetro importato dalla Ctm. Sotto gli occhi attenti di Dona Gabi e Don Jorge, una quarantina di persone - tra cui diversi handicappati ed alcuni minorenni “adottati”, che vivono con la coppia - fondono e modellano il vetro ottenuto da 40 quintali alla settimana di scarti, ricavati dalle discariche e dal riutilizzo di confezioni di marmellata, pomodoro, tonno, maionese. La cultura “ecologica” di questo gruppo si rivela anche nell’uso di carta da giornale e di cartoni per l’imballaggio dei prodotti finiti (fino a 20 tonnellate annue riciclate) e nell’uso di utensili per il lavoro ricavati da ferramenta e scarti domestici. In un processo quasi totalmente manuale, il vetro è prima lavato, poi posto in un forno a 1400°, per essere in seguito modellato e infine raffreddato per 24 ore in un altro forno a 650°, con successivo bagno in acqua tiepida e fredda. Il prodotto finale? Vasi, coppe, bottiglie, bicchieri, oggetti decorativi, specchi. I lavoratori ricevono il 35% del prezzo di vendita, a dimostrazione che a volte nel commercio equo ci sono strutture più democratiche di fatto, indipendentemente dalla forma giuridica, rispetto a tante cooperative o associazioni formalmente popolari.
Commentando queste impressioni con Dona Gabi, ho ricevuto un sorriso ed un augurio, tipico della dolce ironia boliviana: “Que te vaya bien... hasta a la esquina!” (buona fortuna, ma solo fino al prossimo incrocio...).


Articolo di Gigi Eusebi apparso su L’altromercato agosto 1996