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BOLIVIA - YANAPANAKUNA

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Yanapanakuna-Kami
Bolivia

Un po’ di storia
Dopo la caduta dell’impero Inca ad opera dei conquistadores spagnoli, la storia dell’attuale Bolivia è legata alla sorte delle sue risorse naturali ed in particolare delle sue miniere. Famose o meglio, famigerate, sono diventate anche nel narrato popolare le miniere d’argento di Potosì.
Potosì, già molto sviluppata sotto gli Incas, divenne nel 1600 la terza città più importante del mondo e le sue miniere, che procurarono enormi profitti alla borghesia locale di origine spagnola e contribuirono alla capitalizzazione dei principali stati europei, videro la morte di centinaia di migliaia di indios sfruttati fino all’esaurimento fisico pur di estrarre sempre maggiori quantità del prezioso metallo.
Dall’indipendenza in poi, ottenuta nel 1825 quando la borghesia di discendenza ispanica decise di sfruttare i sentimenti di ribellione popolare per ottenere l’autonomia economica dalla madre patria, si è assistito ad un alternarsi di nazionalizzazione e privatizzazione delle risorse minerarie più o meno influenzato dalle pressioni politiche internazionali. Allo stesso modo a livello politico si è avuto l’avvicendamento di giunte militari e governi più sensibili alle richieste dei sindacati dei lavoratori cosicché la storia recente di questo Paese risulta costellata di elezioni annullate, rivoluzioni popolari e cruenti colpi di stato, come quello che nel 1980 causò la morte di circa 1.000 persone, secondo fonti di Amnesty International, e l’arresto di almeno altrettanti oppositori politici.
Durante la fase di governo populista iniziata nel 1982, l’industria mineraria venne nazionalizzata e data in gestione ai sindacati dei minatori; i lavoratori e i contadini vennero messi in grado di partecipare alla conduzione delle aziende e alla distribuzione dei prodotti alimentari e la Bolivia annunciò che avrebbe ridotto i pagamenti del suo debito estero.
Queste scelte provocarono l’ira delle istituzioni finanziarie internazionali che chiesero e ottennero l’isolamento del Paese latinoamericano tramite un boicottaggio creditizio e commerciale; la crisi economica giunse a livelli paurosi: inflazione al 2.117% nel 1984, caduta del salario medio a 13 dollari al mese e un fiorente mercato nero dei cambi.
Nel 1985 il governo fu costretto ad indire elezioni anticipate che diedero il via all’attuale fase neoliberista in cui le imprese statali sono state liquidate, alcune miniere chiuse ed altre date in gestione a privati causando il licenziamento di migliaia di minatori. Per contenere l’inflazione i salari reali sono stati tagliati drasticamente portando ad un’ulteriore disoccupazione, mentre continua la privatizzazione delle imprese pubbliche.
Un’altra caratteristica della Bolivia degli ultimi decenni è stato il suo ruolo nella produzione e commercializzazione della coca, che ha provocato diverse accuse internazionali (specialmente da parte degli Stati Uniti) nei confronti dei vari governi di turno tanto che, all’inizio degli anni ’90, gli USA hanno ottenuto il permesso di intervenire con azioni militari e con un programma di sostituzione della coltivazione di coca chiamato “Sviluppo al posto della coca”. Nonostante ciò nel 1992 c’erano ancora circa 463.000 persone impegnate nella produzione di coca e cocaina per un guadagno netto nazionale di oltre 950 milioni di dollari; questo in un Paese di quasi 8 milioni di abitanti e in cui il valore totale delle esportazioni annuali supera di poco gli 800 milioni di dollari.

In un villaggio di minatori
Kami, situato sulle Ande boliviane ad un’ altitudine di oltre 3800 metri a 6 ore di strada da La Paz e 4 da Cochabamba e Oruro, è un villaggio di minatori intorno al quale sono distribuite molte comunità di agricoltori e piccoli allevatori. Le strade della zona sono tutte sterrate, prive di segnalazioni e di ripari da strapiombi e burroni e nella stagione delle piogge vengono spesso interrotte da smottamenti e frane, per cui ogni tipo di trasporto o spostamento diventa problematico per chi non possegga i mezzi adatti.
Nel villaggio le abitazioni sono costituite da capanne fatte con mattoni di fango e tetti di lamiera, c’è l’energia elettrica, ma manca qualsiasi altro tipo di servizio, compreso quello igienico.
Nelle comunità agricole le abitazioni sono di fango e paglia e ovviamente non arriva nemmeno la corrente elettrica.
L’esistenza da queste parti è senz’altro dura per tutti, ma lo è particolarmente per i minatori che, a causa di incidenti e malattie come la silicosi, hanno una speranza di vita non superiore ai 37 anni.
La conseguenza è che numerose donne si trovano ad essere molto presto vedove e con figli piccoli a carico da sostenere. Ovviamente nelle campagne non arriva il Servizio Sanitario Nazionale e le precarie condizioni igieniche fanno sì che la mortalità neonatale infantile e delle puerpere sia molto alta.
Diventa quindi fondamentale per la sopravvivenza che le donne identifichino delle attività produttive in grado di integrare il reddito familiare.

Donne all’opera
La parrocchia di Kami, gestita da missionari italiani, è impegnata in attività di promozione umana per dare una risposta ai problemi più urgenti della popolazione. Per questo motivo dal 1987 si è fatta promotrice di una cooperativa denominata Yanapanakuna (che in lingua quechua significa “aiutiamoci”) costituita per proteggere i diritti di minatori e contadini contro lo sfruttamento di commercianti e trasportatori (gli unici che possono raggiungere queste zone con mezzi di trasporto e quindi praticare i prezzi per loro più vantaggiosi).
Attualmente la cooperativa è attiva in quattro settori: consumo, per poter acquistare e distribuire merci a costi ridotti; trasporti, per sfuggire alla morsa degli intermediari; salute, per supplire alle carenze della situazione sanitaria; ed esportazione di prodotti artigianali.
Già, i prodotti artigianali! Perché cercando un modo per far aumentare il reddito familiare femminile, ci si accorse che esisteva una lunga tradizione di lavorazione manuale delle fibre locali per il confezionamento di maglioni e altri tessili per uso domestico-familiare. Si intravide così la possibilità di produrre maglioni anche per la vendita e soprattutto per il mercato estero, tanto meglio se equo-solidale.
Con l’aiuto di fondi inviati da gruppi di solidarietà italiani e la gestione diretta dei padri missionari, nel 1987 si iniziò a produrre per l’esportazione, e gli utili realizzati in questi anni hanno permesso di raggiungere la completa autosufficienza economica del progetto artigianale.
Circa 200 donne sono ora coinvolte nel progetto e due di loro sono state formate per assumere funzioni di responsabilità. Dal 1991 è attivo anche un consiglio direttivo che, per la fase iniziale, ha funzioni rappresentative e di controllo sull’operato delle due responsabili.
La parrocchia segue ancora una buona parte delle attività che riguardano i trasporti, le pratiche burocratiche e finanziarie, ma sta lasciando sempre più spazio alle donne in modo che il raggiungimento dell’autonomia da parte del gruppo delle artigiane sia graduale e maturato dalle donne stesse, e non traumatico o fallimentare.

L’organizzazione del lavoro
Le donne di Kami producono a mano maglioni di varie misure e disegni utilizzando le fibre di alpaca e di lama nelle loro tonalità naturali, mentre, con l’ausilio di un rudimentale telaio dalle origini antichissime, tessono tappeti, coperte e zainetti.
Teresa ed Eufronia, le due responsabili, hanno il compito di recarsi, la prima settimana di ogni mese, in città, ad Oruro, per acquistare le fibre di alpaca e di lama appena tosate e portarle a Kami dove altre due donne si incaricano di dividerle a seconda del colore e di metterle in buste da 500 grammi ciascuna.
Quindi le responsabili incontrano le filatrici (oltre una novantina di donne) che consegnano i gomitoli di lana filata la settimana precedente e ricevono il pagamento per il lavoro svolto insieme ad un nuovo quantitativo di fibra da filare. La filatura viene realizzata con piccoli fusi, quindi il filo di alpaca e quello di lama vengono ritorti insieme usando dei fusi più grandi; in questo modo il filato che si ottiene combina le caratteristiche delle due fibre e cioè la morbidezza del vello di alpaca e la resistenza di quello di lama.
Anche le tessitrici (un centinaio di artigiane) consegnano settimanalmente i maglioni tessuti, che vengono loro pagati a seconda della taglia e della difficoltà del disegno realizzato, e ricevono la quantità di lana filata necessaria per confezionare altri maglioni. La tessitura viene realizzata interamente a mano.
Eufronia e Teresa si occupano poi del controllo di qualità dei tessuti consegnati e sono a disposizione per consulenze su specifici problemi e per l’insegnamento di nuove tecniche.
Infine i maglioni raccolti devono essere lavati a mano con molta accuratezza, perché le fibre sono ancora ricoperte di grasso animale; due donne sono impegnate in questa attività. Solo in questo momento i maglioni vengono sistemati in magazzino pronti per essere venduti all’estero alle organizzazioni di solidarietà tramite la licenza di esportazione che la cooperativa Yanapanakuna ha ottenuto nel 1990.
La Ctm importa anche matasse di lana che sono molto apprezzate dal pubblico italiano.