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Asociación Nacional de Productores de Quinoa (Anapqui)

Bolivia


“Il mangime dei poveri”

Anapqui (Asociación Nacional de Productores de Quinoa) promuove e appoggia la coltivazione, la lavorazione e la commercializzazione della quinoa.

La quinoa (Chenopodium quinoa) è una pianta appartenente alla famiglia delle chenopodiacee (spinacio, barbabietola) originaria del Cile e del Perù. La quinoa viene coltivata da circa 5.000 anni sui terreni pietrosi delle Ande, ad un’altitudine compresa fra i 3.800 e i 4.200 metri. La pianta, che può raggiungere un’altezza di due metri e mezzo, presenta foglie triangolari lanceolate, con un lungo picciolo. I suoi semi (la parte commestibile) sono piccoli e rotondi, simili al miglio, ed hanno un notevole valore nutritivo, dovuto ad un alto contenuto di proteine.

La quinoa rappresenta l’alimento base per le popolazioni rurali delle Ande, ma sui mercati locali subisce la concorrenza dei cereali importati (soprattutto riso e grano), il cui prezzo è mantenuto basso grazie all’intervento dello Stato. Non bisogna dimenticare inoltre che la massiccia introduzione di aiuti alimentari nel paese ha spesso effetti pesanti sul mercato interno dei prodotti locali. La quinoa ha inoltre lo svantaggio di essere disdegnata dagli abitanti delle città, che la identificano con i campesinos e la definiscono “il mangime dei poveri”, associandola ad un malinteso concetto di arretratezza. Ecco quindi perché un prodotto di sussistenza per le popolazioni locali diventa anche, allo stesso tempo, un prodotto di esportazione.

La quinoa è un alimento versatile, che si può preparare in diversi modi: in grani interi o sfarinato, dolce o salato, caldo o freddo, o anche come bevanda.



Un’alternativa all’emigrazione

La quinoa è un prodotto importante nell’economia familiare dei contadini dell’Altopiano Sud della Bolivia: è infatti l’unica coltura dalla quale essi possono sperare di ricavare un introito monetario con cui acquistare beni indispensabili. Vengono coltivate anche fave e patate, oltre a numerose orticole, ma generalmente per l’autoconsumo. Molti non trovano alternativa all’emigrazione stagionale verso le miniere di zolfo del Cile, o verso l’interno della Bolivia, per lavorare nell’edilizia, o ancora verso le città, per lavori vari. Spesso ritornano a casa solo per la semina e il raccolto.



Anapqui è stata fondata nel 1983; non si tratta di una cooperativa, ma di una federazione di sette associazioni regionali di produttori di quinoa, che acquista il cereale dagli agricoltori e lo rivende per l’esportazione a varie organizzazioni, fra cui quelle del commercio equo. L’area interessata dalle attività di queste organizzazioni regionali è quella dell’altipiano situato nel Sud della Bolivia (Altiplano), intorno al lago salato di Uyuni. In totale si tratta di una superficie di oltre 50.000 kmq: la coltivazione della quinoa avviene sull’Altiplano ad un’altezza media di circa 3.800 metri slm.
Scopo principale di Anapqui è quello di offrire ai produttori la possibilità di far giungere sul mercato il proprio prodotto a condizioni più favorevoli, dato che essi, per una serie di ragioni economiche e logistiche, non sono comunque in grado di provvedere da soli a tutte le pratiche necessarie per la commercializzazione e l’esportazione. Nel commercio della quinoa boliviana esiste una radicata tradizione di intermediazione che, se da una parte è effettuata a scopo di lucro, dall’altra svolge un’importante funzione sociale nei confronti degli agricoltori, cui gli intermediari forniscono, in cambio della quinoa, altre merci e derrate alimentari, secondo un’elementare forma di baratto; spesso gli intermediari sono anche legati ai produttori da vincoli familiari e sociali.

Naturalmente, le funzioni e gli obiettivi di Anapqui travalicano quelli della semplice intermediazione, ma cercano di promuovere forme autonome di organizzazione dei produttori, con un’attività permanente di formazione e informazione. Ovviamente, dai risultati delle attività commerciali dipende anche l’andamento delle altre attività appena descritte, ed è quindi per questo che gli obiettivi commerciali di Anapqui sono ambiziosi, e vanno dall’aumento di cereale trattato alla meccanizzazione della produzione, con l’installazione di sei impianti di lavorazione nelle zone di produzione del cereale: quest’ultimo investimento è stato coperto da un credito ottenuto presso il Pnud (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo).

In Bolivia il prodotto non lavorato viene acquistato dalle organizzazioni regionali che fanno parte di Anapqui; la lavorazione avviene a questo stadio (quindi, presso il luogo di produzione) e la quinoa viene successivamente venduta dalle organizzazioni regionali ad Anapqui che la confeziona per il mercato (interno o estero).

Per quanto riguarda il prezzo, Anapqui cerca di offrire al produttore, per quanto possibile, un rendimento superiore a quello offerto dal mercato tradizionale dell’intermediazione, e comunque di garantire un prezzo ad ogni modo equo. Una delle ragioni che spingono Anapqui a lavorare la quinoa sul luogo di produzione è quella di favorire la nascita di un processo di industrializzazione locale, evitando che sia acquistata in blocco da piccoli industriali peruviani che la lavorerebbero nel loro Paese, sottraendo al produttore boliviano il beneficio del valore aggiunto.

La commercializzazione della quinoa presenta aspetti particolari, meritevoli di essere approfonditi, e delle potenzialità che, secondo Anapqui, dovrebbero essere esplorate. Il cereale viene prodotto in maggiore o minore quantità da tutti e tre i paesi andini (Bolivia, Ecuador e Perù), ma attualmente la Bolivia è il maggior produttore, dato che la crisi economico-politica del Perù ha anche provocato una caduta della produzione agricola. Da alcuni anni, quindi, si verificano fenomeni di contrabbando fra la Bolivia e il Perù; la destinazione finale della quinoa è sconosciuta, ma le organizzazioni dei produttori ritengono che essa venga riesportato dal Perù, forse verso l’Asia. Sta di fatto che la quinoa è un prodotto generalmente in ascesa, di cui si stanno realizzando coltivazioni sperimentali negli USA (Colorado e New Mexico) e in Inghilterra. Un mercato promettente per i produttori di quinoa boliviani è proprio quello statunitense, dove viene venduta in grani che hanno subito una lavorazione maggiore, come alimento ad alto valore proteico. Anche il mercato europeo sta cominciando ad aprirsi, soprattutto grazie all’azione delle organizzazioni per il commercio equo, ma a medio termine la quinoa potrebbe entrare anche nel circuito commerciale convenzionale, aumentando quindi di molto i volumi. L’importazione di quinoa in Europa era assicurata inizialmente dalla organizzazione svizzera OS3, che cumulava tutte le richieste delle altre Ato (Alternative Trade Organizations), in modo da coordinare e pianificare le ordinazioni anche secondo le esigenze dei produttori. A partire dal 1991, questo ruolo è stato assunto dalla tedesca Gepa che ha promosso, fra l’altro, la coltivazione della quinoa con il metodo biologico.

Va comunque notato che l’esportazione verso l’Europa (commercio equo) rappresenta soltanto il 18% in volume (e il 26% in valore) del totale delle vendite di Anapqui: la differenza fra le due percentuali indica che la quinoa viene importata dalle organizzazioni del commercio equo ad un prezzo mediamente superiore a quello degli altri canali di commercializzazione.

Al mercato convenzionale (Spagna e Stati Uniti) Anapqui vende l’8% del totale in volume e il 9% in valore, ad un prezzo/tonnellata che oscilla fra i 660 e i 1.000 dollari, a seconda del confezionamento.

Gran parte del prodotto viene però ancora esportato indirettamente, e cioè venduto ad imprese commerciali che poi lo esportano per proprio conto: si tratta del 41% del totale in volume, corrispondente al 39% in valore, ad un prezzo di $ 670 la tonnellata.

Infine, il restante 32% in volume (corrispondente soltanto al 25% in valore) viene venduto in Bolivia alle organizzazioni internazionali (come Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite o Caritas) che lo ridistribuiscono come aiuto alimentare o contro prestazioni lavorative (“food for work”): il prezzo di vendita è in questo caso il più basso, $ 550 la tonnellata.

Soltanto l’1% (in valore e in volume) viene venduto sul mercato convenzionale locale.



 
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