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GUATEMALA - ASOCIACION CHAJULENSE VA'L VAQ QUYOL

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Asociación Chajulense Va’l Vaq Quyol
Guatemala

Col telaio a cintura
L’Asociación Chajulense Va’l Vaq Quyol, fondata nel 1988, gestisce numerosi microprogetti comunitari intersettoriali, tra cui la produzione di manufatti tessili per il mercato interno e per l’esportazione attraverso i canali del commercio equo e solidale. I prodotti esportati spaziano dai copriletto in cotone alle tovaglie, vari tipi di borse e zaini, e comprendono anche gilet, cappelli in paglia, cinture e cestini. La materia prima per la produzione tessile, il filo, proviene da acquisti all’ingrosso effettuati presso negozi privati. Si tratta sempre di tessuti tipici locali che vengono lavorati dalle donne chajulensi, per le quali la tessitura rappresenta un’attività tipica, che apprendono fin da bambine, e alla quale dedicano varie ore della loro giornata.

Il lavoro viene svolto con il tradizionale telaio a cintura, in cui la stoffa si tende fra il tessitore e un albero o palo posto di fronte; i prodotti esportati vengono ricavati dalle stesse stoffe utilizzate dalle donne come vestito tradizionale, opportunamente tagliati e cuciti con alcune macchine per cucire acquistate dall’Asociación con il fondo comune costituito da una percentuale fissa sulle vendite effettuate.

Trecento donne e tredici uomini lavorano attualmente in gruppi che producono artigianato tradizionale. Le donne seguono corsi di formazione di alcuni giorni una volta al mese, organizzati dal Centro Nazionale Tessile dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Le donne, che lavorano al telaio tradizionale, alternano la produzione tessile alle occupazioni domestiche e gli uomini al lavoro dei campi. Da cinque a sei ore giornaliere vengono dedicate alla produzione tessile, con un guadagno di circa due dollari al giorno. Il lavoro viene sospeso soltanto in alcuni periodi particolari dell’anno, come la Settimana Santa, la festa del Patrono, il tempo della semina e del raccolto, tutti momenti in cui si richiede il massimo impegno da parte di tutti nelle occupazioni collettive.

I prezzi dei prodotti tessili vengono stabiliti comunitariamente, tenendo in considerazione i seguenti quattro aspetti:
- il costo della materia prima, a cui si aggiunge un 20% per gli scarti;
- i costi di trasporto e di amministrazione;
- due dollari al giorno per il lavoro;
- un 30% da destinare al fondo sociale.

Caffè Maya
Accanto alla produzione di tessili, da alcuni anni è stata ripresa la coltivazione del caffè, tradizionale nella regione da oltre duecento anni, soprattutto nelle zone sui 1200-1300 metri di altitudine. Si tratta di un caffè considerato tra i migliori del mondo, di qualità arabica al 100%. Gli ultimi anni hanno visto un progressivo recupero delle piantagioni di caffè distrutte dai militari durante gli anni ’80, ed i raccolti, a partire dalle 170 tonnellate della stagione ’89/90, sono in continuo aumento. La produzione media nel ’93-94 è stata di circa 7.000 sacchi di caffè oro, ciascuno del peso di 69 chili. Nel ’94 erano circa 1.700 i piccoli produttori di caffè associati a V’al Vaq Quyol.

Nel 1990 è stato costruito un centro di lavorazione del caffè che permette una prima trasformazione in loco del prodotto, rimuovendo il “pergamino” (la resistente membrana che avvolge i chicchi), trasformandolo così in caffè “oro” (la qualità da esportazione). L’asportazione del pergamino comporta una perdita media di peso del 30%. Con questa prima lavorazione, le comunità locali possono vendere il prodotto direttamente all’esterno, liberandosi degli intermediari locali, che fino al 1989 avevano acquistato il caffè non lavorato (e cioè con il pergamino) a prezzi bassissimi.

Il centro di lavorazione occupa 16 persone a tempo pieno, che, durante i periodi di punta, vengono affiancate da 140 donne addette alla selezione del caffè. La lavorazione del caffè permette alle popolazioni locali, che in passato emigravano alcuni mesi all’anno nelle grosse aziende agricole della costa, di rimanere a lavorare nel proprio paese. Dei duemila soci della cooperativa, circa il 20% possiede una “despulpadora”, una macchina per separare la polpa dai semi, che viene utilizzata anche dagli altri coltivatori. Ogni contadino produce un quantitativo di caffè che varia fra i 350 chili e le 7 tonnellate. Il caffè, prima raccolto nei 9 magazzini regionali costruiti con l’appoggio dell’associazione, viene successivamente trasferito al magazzino centrale di Chajul per essere lavorato. Dal 1994 viene torrefatto anche caffè per il mercato interno.

“Mi chiamo Rigoberta Menchù”
L’area in cui ha sede l’associazione è la zona settentrionale del dipartimento di El Quiché, e precisamente il villaggio di San Gaspar Chajul e quelli immediatamente limitrofi. Alla fine del ’94 si potevano contare 2.500 soci in rappresentanza di 15.000 persone di 48 comunità diverse. Il comune ha circa trentamila abitanti, al 90% di etnia maya-ixil, e le condizioni micro-climatiche favoriscono la produzione di ortaggi, foraggio e caffè. Parte degli abitanti emigra ogni anno sulla costa meridionale per lavorare nelle piantagioni di tipo industriale, e vi trascorre dai due ai tre mesi, allo scopo di integrare il proprio reddito.

Il progetto vero e proprio ruota attorno ad una serie di attività comunitarie a carattere economico e sociale, coordinate dall’Asociación Chajulense Va’l Vaq Quyol, (il cui nome in lingua maya-ixil significa “l’unione”) fondata con l’obiettivo di promuovere il miglioramento delle condizioni di vita della locale popolazione maya-ixil. Alla povertà che regna nella zona si è aggiunto, a partire dagli anni ’80, il conflitto armato nel paese, che non ha permesso lo svolgimento delle tradizionali attività agricole (produzione di mais e fagioli per l’autoconsumo) e pastorali della popolazione.
L’Asociación affonda le sue radici alla metà degli anni ’70, quando per la prima volta venne fondata una cooperativa di risparmio e credito, in seguito sciolta a causa della guerra. A questo proposito va ricordato che il dipartimento di El Quiché, in cui si trova il comune di San Gaspar Chajul, sede dell’Asociación, è stato per vario tempo al centro di terribili episodi di violenza da parte dell’esercito guatemalteco, e il villaggio stesso è ricordato nel libro “Mi chiamo Rigoberta Menchù”, che è valso all’autrice, india maya-quichè della zona, il premio Nobel per la pace 1992.
Lo spirito comunitario che caratterizza la vita indigena si è successivamente concretizzato nella costituzione dell’Asociación, che, appoggiata dalla Chiesa cattolica locale, ha iniziato le proprie attività nel 1988, ed è stata formalmente riconosciuta dal governo all’inizio del 1990.

Fra le varie iniziative attualmente in corso, possiamo citare le seguenti:
- una farmacia di comunità con una persona qualificata che vi lavora a tempo pieno; la farmacia si pone come punto di riferimento per le attività sanitarie locali, in quanto è a partire da essa che vengono organizzati i corsi di formazione per agenti sanitari di base; una particolare attenzione viene posta alla promozione ed al recupero della medicina naturale;
- un laboratorio di tessitura che, con i suoi sei telai a pedale, produce quotidianamente dieci cortes, usate dalle donne chajulensi come abito tipico, e vendute ad un prezzo inferiore a quello praticato dai negozi locali. Con questo progetto l’associazione cerca di riprendere in mano il mercato locale, a lungo monopolizzato da commercianti esterni, favorendo allo stesso tempo la creazione di posti di lavoro stabili;
- uno spaccio che offre generi di prima necessità alla popolazione a prezzi controllati;
- una panetteria che contribuisce ad offrire alla popolazione locale un prodotto di qualità a prezzi accessibili;
- un mulino che macina giornalmente svariate centinaia di chili di mais per la preparazione delle tradizionali tortillas.

L’associazione ha realizzato inoltre un centro comunitario che ospita, tra l’altro, anche una falegnameria e un centro di studio della cultura ixil. Questa opera ha richiesto un notevole sforzo finanziario da parte dell’associazione; ci si è avvalsi anche di finanziamenti esterni, quale quello proveniente dalla provincia autonoma di Bolzano. Il centro può oggi ospitare un centinaio di persone e costituisce “il cuore del processo sociale verso lo sviluppo” (tratto da un documento illustrativo dell’associazione). È nel centro che si tengono i corsi di formazione per tecnici e contadini, spaziando dagli aspetti più concreti alle dimensioni umane e culturali dello sviluppo.
Nel 1994 è stato istituito anche un ufficio legale che funge da osservatorio, insieme con l’ufficio per i diritti umani dell’arcivescovado del Guatemala, sulle violazioni dei diritti umani della popolazione, oltre a fornire sostegno ed appoggio per l’ottenimento dei documenti personali e la legalizzazione della proprietà della terra.
Per quanto riguarda i tessili, va notato innanzitutto che le cortes (gonne) tradizionali delle donne non hanno mercato, neanche interno, in quanto gran parte delle donne le produce per sé con i telai tradizionali cui abbiamo accennato sopra; d’altra parte i disegni e le fogge sono così diversi da regione a regione, che le cortes non sarebbero vendibili neanche nel resto del Guatemala. Per quanto riguarda invece gli oggetti di stoffa ricavati da questi tessuti specificamente per l’esportazione, sono in genere troppo costosi e non di uso tradizionale per la popolazione indigena, mentre hanno un piccolo mercato locale alimentato dai turisti. Il grosso della produzione viene esportato attraverso le organizzazioni europee di commercio equo (come l’austriaca Eza, l’olandese Fto), ma la Ctm ne assorbe la quota maggiore.

Per quanto riguarda la commercializzazione del caffè, nel 1992 trecento tonnellate di caffè sono state vendute ad un’organizzazione olandese di commercio equo (la fondazione Max Havelaar) ad un prezzo quasi doppio rispetto al valore corrente sul mercato mondiale. Un altro importante risultato conseguito nello stesso anno (soprattutto per le prospettive future che apre) è stato il riconoscimento ufficiale dei metodi naturali di produzione del caffè: attualmente le piantagioni sono qualificate dall’associazione di controllo tedesca “Naturland” come “aziende biologiche”. La coltivazione del caffè secondo metodi naturali richiama in realtà un’antica tradizione dei contadini indigeni, la cui cultura non contempla il concetto occidentale di sfruttamento della terra, ma si fonda su un rapporto armonico fra la natura e l’essere umano.
 
Allegati
 ASOCIACION CHAULENSE PROGETTO