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MESSICO - UCIRI

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Unión de las Comunidades Indígenas de la Región del Istmo (Uciri)
Messico

Dal punto di vista economico il prodotto principale della cooperativa Uciri (Unión de las Comunidades Indígenas de la Región del Istmo) è il caffè di qualità arabica dolce. Non è però questa l’unica coltivazione in cui sono impegnati i contadini di Uciri, anzi ad essa viene destinato solo il 5% della terra coltivata, mentre il resto è utilizzato per la produzione di mais, fagioli, ortaggi, spezie e frutta per il loro fabbisogno alimentare.

La coltivazione biologica
Secondo la tradizione indigena di cui sono portatori i soci di Uciri, la terra non è
un’entità estranea da sfruttare il più possibile, ma una “Pacha Mama”, una Madre Terra da rispettare perché da essa dipende la nostra sopravvivenza e quella delle generazioni future. Una visione di questo genere è totalmente incompatibile con un tipo di coltivazione che faccia uso di pesticidi, erbicidi o fertilizzanti chimici. In passato alcuni tecnici dell’Inmecafè (l’Istituto Messicano del Caffè) avevano cercato di convincere i contadini della zona ad usare prodotti chimici per aumentare la produzione e diminuire le malattie del caffè. I contadini però non si sono mai fatti convincere e hanno continuato a produrre in modo tradizionale fino a quando, tramite un agronomo sensibile, sono venuti a conoscenza del metodo biologico.

I principi base della coltivazione biologica di Uciri sono:
- le piante utilizzate devono essere buone e resistenti e adatte al luogo;
- la preferenza deve essere data ai concimi organici, mentre quelli minerali possono essere usati solo dopo un’analisi del terreno e nella forma naturale (e non di sintesi);
- l’utilizzo di diserbanti e pesticidi è categoricamente vietato, la lotta contro le erbacce deve essere fatta utilizzando il “machete”, selezionando le malerbe da quelle utili.
- la lotta ad eventuali malattie delle piante deve anch'essa essere condotta secondo metodi biologici (esiste ad esempio un fungo, creato in laboratorio, in grado di sconfiggere insetti particolarmente insidiosi per le piante di caffè).
Dai monti di Oaxaca
La cooperativa Uciri venne costituita nel 1983 da cinquecento famiglie di indigeni Zapotecos, Mixes e Chontales residenti in tre diversi villaggi della regione montuosa di Oaxaca, nel sud del Messico; dopo soli due anni le famiglie erano mille e cinquecento, originarie di diciassette comunità.
Già nel febbraio dell’81, con l’aiuto di alcuni missionari, era stato organizzato nel villaggio di Guevea de Humboldt un corso per analizzare i problemi e le difficoltà in cui si venivano a trovare le comunità contadine. Emerse subito il fatto che, a causa del basso prezzo ottenuto per il loro caffè, le famiglie avevano problemi di scarsa alimentazione, di poca istruzione, di abitazioni malsane, di indebitamento, di salute precaria e via di seguito.
Fu per questo che si iniziò a cercare diverse modalità di commercializzazione del caffè, prima tramite l’Associazione di Interesse Collettivo dello Stato di Veracruz, poi con la costituzione stessa di Uciri, l’ottenimento della licenza di esportazione e l’ingresso nei canali del commercio equo.
Ottenere un prezzo equo per il proprio caffè è l’obiettivo economico principale di Uciri, ma solo se inserito in un intervento a più ampio raggio che comprenda il miglioramento delle condizioni di vita dei contadini delle montagne. Questo significa aumento delle risorse alimentari di base, lotta contro le malattie, strutturazione di una rete idrica potabile, attivazione di programmi educativi e di scolarizzazione, presa di coscienza e lotta per l’affermazione dei propri diritti civili e politici, particolarmente come popolazioni indigene.
I soci di Uciri lottano per difendere la terra che, affermano, se ben curata, non necessita di alcun prodotto chimico; a questo scopo sono stati avviati programmi di concimazione organica tramite l’uso di diversi composti, di semina di leguminose e di potatura a tempo opportuno delle piante da ombra.
Uciri difende il frutto del proprio lavoro: non volendo regalare il caffè agli intermediari, perché di questo si tratterebbe, lo esporta e lo vende direttamente; inoltre, non volendo dipendere unicamente dal caffè i contadini seminano anche e soprattutto mais, fagioli e alberi da frutta.
Per quello che riguarda la cura della salute, nella comunità si cerca di migliorare il livello nutrizionale e di usare medicine naturali; di costruire case dignitose, in cui tutti possano avere luce e acqua potabile.

Alcuni dei risultati finora ottenuti sono:
- la costituzione di un fondo di solidarietà (alimentato dal sovrapprezzo pagato dalle Ato’s) per rendere possibili: l’acquisto in comune di macchinari e materiali di cui i soci hanno bisogno, la copertura delle spese mediche, il miglioramento delle abitazioni, l'acquisto dei sette autobus che collegano le comunità tra loro...;
- la costituzione dei Tco (Trabajo Comùn Organizado), gruppi di persone, aperti anche ai non soci, che si uniscono per realizzare un lavoro in comune: per esempio, il rifornimento di prodotti di prima necessità tramite la creazione di spacci comunitari, la produzione di ortaggi o l’allevamento di animali, la creazione di servizi quali il mulino, i laboratori di sartoria e i camion;
- la costruzione di un magazzino per lo stoccaggio e di un beneficio (impianto di lavorazione) in cui lavorare il caffè e prepararlo per l’esportazione oppure tostarlo per il mercato locale;
- il Cec (Centro de Educación Campesina) dove i giovani si possono formare al lavoro nel rispetto e nella valorizzazione della propria cultura indigena, cosa che invece non avviene nelle scuole secondarie pubbliche; in concreto, dai corsi del Cec, che durano in genere tre anni (uno di insegnamento formale e due di tirocinio) escono tecnici con conoscenze dell'agricoltura di base biologica e della formazione e gestione del gruppo secondo la cultura indigena locale.
- la costituzione di una rete di responsabili sanitari nelle diverse comunità, con l’apertura di dispensari in cui sono disponibili medicine naturali prodotte con piante locali secondo l’uso tradizionale;
- il miglioramento delle abitazioni con la costruzione di tetti più solidi, pavimenti in cemento, gabinetti, ripostigli per gli attrezzi da lavoro e spazi esterni per l’essiccamento del caffè;
- la formazione di comitati per lo studio ed il controllo della coltivazione biologica;
- il Fac (Fondo ahorro y credito), utilizzato per prestiti ai soci;
- il Pad (Proyecto de autobastecimiento y desarrollo), che comprende 44 negozi sparsi nelle varie comunità in cui i soci possono acquistare prodotti di prima necessità (riso, olio, aceto, sale, sapone, utensili vari, vestiti per il lavoro) ad un prezzo garantito e uguale per tutte le comunità.

Un’organizzazione ben strutturata
Attualmente l’organizzazione conta 3.420 famiglie, che hanno tutte riconvertito le proprie terre alla coltivazione biologica del caffè (la riconversione dura tre anni). Le attività di Uciri coinvolgono un totale di circa ottantamila persone sparse su un territorio comprendente cinquantuno villaggi; i terreni della cooperativa rappresentano la più ampia estensione al mondo coltivata biologicamente. La terra, secondo la legge indigena, non può essere di proprietà privata per cui viene ripartita fra gli abitanti del villaggio: per quel che riguarda le colture di sussistenza, ogni anno ogni famiglia riceve da uno a cinque ettari di terreno, a seconda del bisogno e delle capacità lavorative e del numero di figli.
La srtuttura organizzativa è complessa ed articolata e garantisce senza dubbio una larga partecipazione: ogni comunità (ricordiamo che le comunità sono 51) esprime due delegati che restano in carica tre anni. All’inizio del loro mandato i delegati eleggono il Consiglio di Amministrazione ed il Consiglio di Vigilanza, composti entrambi da quattro persone, anch’essi con un mandato triennale. Al livello delle singole comunità si elegge poi una “Mesa Directiva” (Consiglio Direttivo), oltre ai delegati ed ai diversi comitati di lavoro. I delegati di ogni comunità, insieme ad un rappresentante per ogni Direttivo di villaggio, si riuniscono mensilmente presso gli edifici centrali di Uciri in assemblea ordinaria per analizzare i problemi, discuterne e programmare l’attività. I delegati elaborano poi un bollettino informativo da consegnare ad ogni socio in modo che tutti possano essere informati su quanto trattato nell’assemblea mensile e possano discuterne nelle riunioni di comunità.
Nei suoi primi anni di attività formale, dal 1983 al 1985, Uciri ha dovuto fare affidamento su Aric Nacional (Asociación de Interes Colectivo), a cui inviava il suo caffè pergamino perché fosse lavorato ed esportato. Dal 1985, ottenuta la licenza di esportazione e costruiti i locali per l’immagazzinaggio e la lavorazione, ha iniziato invece a commercializzare il caffè in proprio sfruttando i contatti instaurati con le Ato’s
olandesi, tedesche e nordamericane. Già nel 1986 infatti una piccola quantità di caffè venne esportata in Olanda con risultati economici positivi e nel 1987 venne firmato un contratto più ampio per l’esportazione di un quantitativo considerevole di caffè a prezzo garantito. In questo modo Uciri si assicurava dei canali di commercializzazione alternativi alla vendita tramite la Borsa di New York, dove i meccanismi del “libero mercato” sono controllati dalle transnazionali.
A seconda delle annate, i contadini di Uciri arrivano a produrre fra i 30.000 e i 36.000 sacchi di caffè pergamino (ogni sacco contiene 60 chili di caffè).
Un quarto della produzione complessiva viene tostato e venduto sul mercato locale e nazionale, mentre i rimanenti tre quarti sono destinati all'esportazione: l'85% viene venduto alle organizzazioni di commercio equo e solidale, fra cui la Ctm, il 15% viene invece venduto al mercato tradizionale.
 
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 PROGETTO UCIRI